Inserito da: primperan | 22 Febbraio, 2009

Happy end (Per una volta. Per una storia.)

susinaina

Vivo al sesto piano, nella casa che era stata del nonno. La Signora S. abita al piano di sotto. Non so dare bene l’età alle persone, direi che abbia più di 70 anni. Invece so con certezza che è vedova, lo era sin da quando ero bambino e venivo qui a trovare il nonno. La Signora S. ci sente poco, oppure ama mettere le cose in chiaro. Fatto sta che parla lentamente e a voce alta. Quando mi rivolge la parola, le cinque sillabe di “Si-gnor Fran-ce-sco” durano tra le sue labbra qualche secondo in più del normale. Al pianerottolo del quinto, il mio nome squilla come una raccolta alle armi.
Suonare a casa sua vuol dire rompere un silenzio assoluto, irreale, con il buzz del campanello. Generalmente c’è bisogno di suonare due volte. Dopo qualche secondo, preceduta dai giri interminabili di un chiavistello, appare lei, la Signora S.
Parlare dei suoi capelli con termini da parrucchiere sarebbe ingeneroso. Quella non è un’acconciatura qualsiasi, ma una vera e propria architettura di bigodini. Puntelli, contrafforti, sbalzi, sesti acuti, pinnacoli, volute ioniche, foglie d’acanto, stralli e tensostrutture: un’architettura trasversale a tutte le epoche, apparecchiata con il solo apporto dei bigodini.
La Signora S. è una vicina di casa ideale: mi riporta i calzini che, stendendo il bucato, mi scivolano tra le dita e precipitano fino a impigliarsi tra i fili del suo stendipanni, mi dice sempre che per qualsiasi cosa posso “disporre”, e soprattutto ha sopportato con pazienza i lavori di ristrutturazione di casa, persino quando, un anno fa, rifacendo l’impianto sanitario, il mio idraulico ha un tantino esagerato con il sondaggio del martello pneumatico sulle tubature a pavimento e, fora e rifora, siamo sbucati in casa sua.
Quella mattina, con sportività la Signora S. ha suonato alla porta, ha chiesto di me all’idraulico armato di martello che le ha aperto, mi ha rivolto il solito saluto pentasillabo e mi ha chiesto di seguirla. Una volta in casa sua, nonostante ci avvolgesse una nebbia di calce e gesso dal carattere bassopadano, con aplomb, la Signora S. ha indicato il foro nel soffitto, e ha ricordato che è la terza volta che da casa Marocco, prima mio nonno, poi mio zio, adesso io, abbiamo tentato l’apertura di un collegamento verticale diretto tra il suo bagno e il nostro. Costernato e umiliato per il fatto che alla prima ristrutturazione fossi già riuscito a bucare il soffitto della signora di sotto, con altrettanto fair play, ho patteggiato una risistemata del tetto a spese dell’impresa, con tanto di biancheggiatura svolta ad arte da un maestro pittore santeramese.
Quando, chiusa la vicenda, le ho detto, che per sdebitarmi del fastidio, poteva contare su di me per qualsiasi cosa, la Signora S. mi ha guardato con un luccichio negli occhi azzurri: “Ve-ra-men-te,c’è qual-co-sa che po-treb-be fa-re per me, Si-gnor Fran-ce-sco” ha detto lenta e chiara. Aggiornata sui miei continui spostamenti di lavoro in Spagna, mi ha chiesto allora di portarle di rientro da uno dei viaggi, una boccetta di “Ca-ro-li-na Her-re-ra”, un eau de parfume di origine iberica, per cui lei perde la testa e che pare essere introvabile nella nostra città. “Che buooooo-no” ha detto la signora con gli occhi chiusi, annusando l’aria e stringendosi nelle spalle.
Ho sorriso, fissandole la cattedrale di bigodini che ondeggiava, pensando al fatto che una donna non smetterà mai di meritare la sua bellezza. Alla prima occasione utile, allora, le ho portato da Barcellona una bottiglietta del suo profumo preferito.
Per una strana nostalgia da narratore che scrive solo di storie d’amore che finiscono male, e che mi porta a desiderare nel mondo reale storie d’amore a lieto fine, ho iniziato a sperare allora che il profumo che le avevo portato dalla Spagna, potesse avere per lei l’effetto di una pozione magica, un filtro d’amore che le traesse corteggiatori e nuove avventure.
La destinazione delle vanità. Il sorriso saggio di un innamorato per cui valesse la pena erigere sul capo quella costruzione impossibile.
Ci sono cose che inspiegabilmente nella vita accadono per il solo fatto che le desideri.

E così la Signora S. ha iniziato dopo pochi giorni a frequentare un uomo. Sulle prime non ho fatto caso alla vicenda, ho incrociato l’uomo senza attenzione, finché non mi sono reso conto che la Signora S. e il misterioso compagno andavano a mare assieme ogni giorno. Li incontravo nel portone: lei avvolta in un prendisole di jeans celestino, stretta al braccio una borsa di vimini, lui, più giovane e più basso, con boxerini da bagno, paglietta, canotta e zoccoli di legno. Incrociandoli, sorridevo alla signora S. con complicità, sicuro che la sua felicità in amore fosse anche merito del mio lavoro di import-export.
Ho vissuto con questa illusione, sogghignando ogni volta che li vedevo tornare dal mare arrossati, mentre trafelati si infilavano a ristorarsi nel frescore del portone. Fino al giorno in cui, rientrando in casa, li scorsi in lontananza, dall’altro lato del marciapiede, diretti anche loro verso il portone. Li attesi e prendemmo insieme l’ascensore, sperando che la Signora S. facesse le presentazioni e mi confermasse l’happy end della vicenda.
Tra il secondo e il terzo piano, forzati dalla vicinanza dell’abitacolo, in un vortice dove Carolina Herrera si stemperava tra note di salsedine e alghe, la Signora S. si prese tutto il tempo necessario per dirmi: “Si-gnor Fran-ce-sco lei co-no-sce…”
Io sorrisi, distesi la mano, già pronto a dire di no, che non conoscevo il suo compagno quando, ormai al quinto piano, la Signora S. terminò la sua frase “…mi-o fra-tel-lo?”
Rimasi con la mano imbalsamata, incapace di rispondere alla stretta del Signor S. che si presentava “con molto piacere”.
Niente storie d’amore, proprio come nei miei racconti, ho pensato.
Finita la stagione estiva, si è ridotta anche la presenza nel palazzo del Signor S. Non l’ho più visto.
Ogni tanto, la mattina presto, quando ancora dormo, sento il campanello suonare. Una, due volte. Lentamente mi alzo, mi trascino ondeggiando fino alla porta. Domando chi è ma nessuno risponde. Guardo dallo spioncino, niente. Apro la porta e trovo un calzino arrotolato intorno al pomello e allora so che la signora S. è appena passata.
Le nostre frequentazioni si sono limitate alla restituzione della biancheria smarrita, fino al giorno in cui, sarà passato un mese, la Signora S., con ritrovata decisione, si è presentata in casa, mettendomi in mano due carte da 50 euro e chiedendomi di farle di nuovo lo stesso favore.
“La bot-ti-glia gran-de” ha detto richiudendomi il pugno con il denaro.
Disincantato dal primo fracasso, pure ho svolto con professionalità la mia mansione da corriere, portandole di ritorno da Valencia un flacone XL di Carolina Herrera. Dopo la parentesi valenciana, gliel’ho portato. Ho suonato a casa sua. Solita scena: silenzio, buzz, silenzio, buzz, silenzio, chiavistello, bigodini. Vedendo la confezione a pois dorati del profumo, la Signora S. ha esultato, si è passata il dorso della mano sulle labbra, mi ha baciato una guancia e ha richiuso in fretta. Il giorno dopo è salita a portarmi un ciambellone allo yogurt, soffice come un sogno.
Non ho più pensato a lei fino a oggi, passeggiando di domenica.
Amo la geometria domenicale che la gente porta a spasso con sé, l’orizzontalità dei vassoi di paste, la verticalità dei mazzi di fiori. Amo le cose fatte con cura, le macchine che parcheggiano in retromarcia, lo scatto secco degli ombrelli aperti contro il cielo. Oggi, riflettevo a quanto mi piacerebbe che nel mondo tutti facessero almeno una cosa al giorno con cura, con tenacia, eleganza e silenzio, quando ho incrociato due figure anziane, strette sotto un ombrello, precedute dall’ampiezza di una risata femminile fatta con il cuore.
Ho quasi urtato una delle due, senza però guardarla. Ho ripreso il cammino, quando un’onda di profumo mi ha raggiunto.
Le mie narici non ci hanno messo molto: Ca-ro-li-na Her-re-ra, ho scandito nella mente, piano come lo intona la Signora S.
L’onda di profumo era più piena, corposa e densa al punto che potevo avvertire chiara la sensazione di esserne avvolto come in una nube. Mi sono voltato e ho riconosciuto allora, nella donna anziana, la Signora S., afferrata a braccetto di un piacente brizzolato. Anche lei si è voltata indietro, saldamente stretta al cappotto del suo accompagnatore, mi ha sorriso e ha strizzato l’occhio.
Ho ripreso il cammino, sono arrivato fino a casa, sotto braccio il Corriere del Mezzogiorno, nella mano sinistra il vassoio di paste, nella destra una busta di gamberi, nella testa e nel cuore il mio happy end.
Per una volta.
Per una storia.



Risposte

  1. cómo me he reido con tu historia!
    Sabiendo de tu quehacer de cupido-perfumeador algún encarguito te daremos para que el negocio import-export salga a cuenta.
    Un abrazo

    PD: aprobé con mejor nota de la que esperaba. Como me dice una amiga “que tiemblen las petunias!”

  2. Hola Isabel,
    de hecho deberiamos pensar en algun producto italiano q pueda triunfar en espanya, para aprovechar el contrabando en los dos viajes.
    Aprovecho del comentario para q por fin me cuentes como es q tu hablas italiano, y a q libro te referias cuando dijiste q te habia gustado…
    Q yo soy curioso!
    Con respeto a la nota, no tuviste ni mas ni menos de lo q te merecias. Asi somos de justos,
    un abrazo,
    francesco

  3. Dio, Dio…fa che la Signora S. esista davvero!!!

  4. Quasi quasi me lo compro, un bel flacone di “Ca-ro-li-na Her-re-ra”, che duri una vita!
    Non si sa mai, potrebbe essere la pozione magica per la felicità!

  5. La signora S. esiste eccome! Proprio l’altro giorno abbiamo viaggiato insieme in ascensore. Ragguagliata sulle novità di mio fratello che aspetta un’altra bimba, la signora mi ha guardato di traverso e mi ha chiesto:
    “E no-i quan-do lo fac-cia-mo un bel bam-bi-no?”.
    Dopo un primo attimo di terrore in cui ho pensato che dicendo ‘facciamo’ intendesse io e lei, quando ho capito che alludeva a me e Valeria, e che lei voleva “un bel ma-schiet-to nel pa-laz-zo”, le ho risposto che al momento non conto di riprodurmi: è un mondo troppo difficile per un piccolo marocchino.

  6. Un classico: un uomo, una donna, un ascensore, una proposta…
    Non sai cogliere le occasioni.
    :D

  7. Caro il mio Tutor,
    le sorprese non finiscono mai…. ti scopro, oggi, sotto un’altra, nuova, luce!
    Peccato non aver trovato la signora S. in ascensore l’altra mattina: ogni tanto, percepire un “happy ending” nel proprio intorno fa bene al cuore….


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