Inserito da: primperan | 9 Maggio, 2009

Tutto il male che c’ha fatto la Pimpa

fistarol

Ho sentito dire in Spagna che “somos lo que eramos en el patio del colegio”, siamo ciò che eravamo nel cortile della scuola. Oggi ho avuto una rivelazione che, affondando indietro nel tempo, potrebbe spiegarmi perchè mi sento in questo modo.
E’ andata così. Stamattina ho trovato in macchina un corallino di plastica stretto e lungo. L’ho preso tra le dita per analizzarlo meglio. Senza lasciarmi il tempo di riflettere su come quella roba fosse arrivata sul mio sedile passeggero, investito dalla luce del sole, il pezzo di plastica ha brillato e mi ha proiettato nel cortile della scuola.
Mi sono visto bimbo, raccolto vicino a un muretto assieme ad altri grembiuli, ad armeggiare con centinaia di corallini simili a quello. Ne esistevano di tutti i colori. Si conservavano in scatole di plastica trasparente alte un centimetro, e servivano, per chi avesse avuto tenacia e il coraggio di affrontare un forno bollente, a farne medaglioni e spillette. I coralli andavano inseriti in apposite formine intarsiate, che ti permettevano di progettare monili variandone le combinazioni cromatiche. Finita la composizione a freddo, la forma andava infornata. A duecento gradi i singoli cilindretti si squagliavano e colavano assieme, cristallizzandosi, una volta raffreddati, nel disegno di un gioiello.
Pur non essendo esattamente un passatempo da maschi, trovavo piacevole giocare con questi pulviscolari oggetti luminosi. Ricordo la gratificante sensazione di lasciari scorrere tra le dita, l’effervescenza luminosa che ti dava voglia di mangiarli.
E basta.
Per quanto abbia trafficato con i corallini, per quanto prenderne uno tra le dita stamattina mi abbia restituito la sensazione di una pratica consueta, come riassaggiare una Girella, sono certo di non essere mai arrivato alla fine della creazione, di non avere mai realizzato un mio gioiello. Nessun medaglione sfavillante è uscito dal mio forno. Neanche un misero pendente.
Sono certo anche che la cosa non mi producesse grandi turbamenti.
Mi perdevo tra i frammenti.
Nello stesso cortile in cui i più audaci giocavano allo sguincio e schiaffeggiavano montagne di Figurine Panini, io leggevo il Corriere dei Piccoli. Le storie della Pimpa, la Stefy, e le mie preferite, quelle dei Ronfi, strani roditori con i peli della testa raccolti in una coda. L’attrazione del Corrierino erano le pagine centrali in cartone rigido, che contenevano delle sagome da ritagliare. Quasi sempre le storie del cartellone centrale ricreavano un’ambientazione dal mondo dei Ronfi: al mare, al lago, in falegnameria. Le istruzioni si raccomandavano di usare forbici con le punte arrotondate per ritagliare le figure. Io estraevo dal terzo piano del mio astuccio a trentasei colori le forbici tonde e mi mettevo all’opera, con il procedere incerto che ha un mancino condannato a usare attrezzi da destro. Finito il ritaglio, mettevo insieme un piccolo mazzetto di braccia, gambe e teste dei Ronfi da montare nel successivo passaggio. Armato di Vinavil, Uhu o Coccoina (per chi se l’è persa, la Coccoina era quella colla che si vendeva in barattoli d’alluminio, con un pennellino nel centro e un denso odore di mandorla che ne faceva una pressochè irresistibile tentazione alimentare), andavo avanti nella lettura delle istruzioni.
Ecco lì il problema. Niente colla. Per completare il lavoretto, diceva il Corrierino, erano necessari i gancetti fermacampione. L’immagine esplicativa illustrava il significato di quel nome a me ignoto, mostrando un oggetto simile a un chiodo, con una testa arrotondata che teneva assieme due alette divaricabili. Passando un gancetto in corrispondenza delle giunture dei Ronfi, e divaricando le alucce sui due diversi pezzi, si ottenevano dei personaggi snodabili, articolati. Alla fine del lavoretto, un Ronfo boscaiolo sarebbe stato capace di ondeggiare il capo in segno di dubbio, o di sollevare un gomito per indicarmi con l’indice che tutto era ok.
Io, i ganci fermacampione non ce li avevo. Guardai ovunque: nell’astuccio, nella scrivania, persino nel cassetto degli attrezzi, senza trovarne nessuna traccia.
Il mondo è un oggetto a scala variabile a seconda dell’occhio che lo guarda. Nel mio orizzonte bambino, il mondo finiva nel palazzo, sul pianerottolo dei vicini a cui mostravo l’immagine del gancio fermacampione. Invano. Non ce li aveva Rosa, la vicina del quinto. Pino e Isa al quarto piano. La vedova Padolecchia al secondo, e nemmeno Christian e Pallino, i due fratelli del primo piano.
Il mio Ronfo boscaiolo sarebbe rimasto per sempre una collezione di braccia e gambe sfuse. Pezzi impossibili da tenere assieme.
Quando ho scoperto che i ganci fermacampioni si vendono in cartoleria, era già troppo tardi.
Fine del viaggio nel tempo. Ho messo giù il pezzo di cristallo e mi sono rivisto adesso.
C’è una parola italiana che è insieme spietata e illuminante, divertente e farsesca, capace già nell’onomatopea di restituire l’evidenza del concetto. La fuffa. Alla lettera, la lanugine che si forma sui maglioni, invisa perchè antiestetica. In senso lato, fuffa è qualcosa di inutile, stantio, condannato a esser differito nel tempo.
Io e Primperan ci siamo ammalati di fuffa.
Il mio blog non è fermo per colpa di Facebook come dice Peppetta, non è fermo perchè il Corriere mi ha proposto di aprirne un altro sul suo sito e quindi conservo la mia scrittura per un’occasione migliore, non è fermo perchè i suoi visitatori erano in pochini, non è fermo per la tirannia del tempo dietro cui mi nascondo (Non servono tranquillanti o terapie, eccitanti o ideologie: ci vuole un’altra vita, diceva Franco Battiato). Il mio blog è fermo per la fuffa. Questa sfiancante sensazione di un mischione a centrocampo, quando invece avrei bisogno di verticalizzare.
Siamo quello che eravamo nel cortile della scuola.
Io ero un bambino senza gancetto fermacampione. Uno che non si preoccupava di trasformare della polvere colorata in gioielli.

cart-ronfi-ronfone


Risposte

  1. Ti propongo di aprire un Tblog, di tumblerare un po’, perchè il blog ormai ha la muffa e la fuffa. Lì anche con un solo link, con una sola citazione, puoi entrare in contatto con i tuoi fans. In ogni momento. Ci vuole un attimo. Pensaci.

  2. Mè…e che è a te?
    Il blocco dello scrittore?
    Una cosa è certa, dati i tuoi ultimi post: massicce dosi di Franco Battiato…

  3. …e confermo. Molto molto Battiato.

  4. io ho letto il tuo blog una volta soltanto, mesi e mesi fa, quindi non penso ti ricorderai il mio commento decisamente negativo tra la massa di adulatori che ti circondano. comunque trovo che dovresti fartici avvolgere del tutto nella fuffa, perché la tua scrittura è inconcludente come il tuo realizzare gioielli o ritagliare figure mobili. A parte Battiato, vedo che ti aggrappi ad ogni cosa per riempire una pagina bianca, per esempio quella digressione sul significato del termine “fuffa”, potevi evitare di copiare un pezzo di dizionario. Forse potevi soffermarti invece per chiarire il significato di “pulviscolari oggetti luminosi”, che a me pare un’accozzaglia di parole messe a caso con intento poetico malriuscito. Hai proprio bisogno di verticalizzare, tesoro. Ma tu un lavoro vero ce l’hai?

    • oh, fede, tesoro! quanto tempo, mi sei mancato.
      purtroppo, un lavoro vero non ce l’ho. passo le giornate cercando nella rete blog che non mi piacciono. quando ne trovo uno, esterno il mio disappunto. dopo mesi, ritorno a vederli per vedere se l’imbrattarete di turno è migliorato. ma purtroppo, quasi mai sono soddisfatto.
      che ci vuoi fare, è la vita…
      mi farà piacere vederti in giro a qualche presentazione, magari ti presenti e parliamo un po’. se non ti sembro presuntuoso, ti spiego anche come si usano le eufoniche.
      un saluto e spero che nei tuoi vent’anni, la vita ti riservi qualcosa di più gratificante che prendertela con la mia scrittura.


Lascia un commento

La tua risposta:

Categorie