Inserito da: primperan | 6 Giugno, 2009

Ore 9.00 – Lezione di Urbanità

Entrando nell’aula per la prima lezione dell’Anno Accademico, Don Manuel avvisa le neomatricole della Scuola Superiore di Architettura di Valencia che la prima cosa di cui parlerà nel suo corso di Composizione sarà l’Urbanità. I più stringono gli occhi, qualcuno storce il naso. Altri confondono l’urbanità con l’urbanistica e non ci trovano nulla di strano. Invece, la prima cosa che Don Manuel insegna ai suoi alunni non è come progettare una città, ma come si chiede per favore, in più di una lingua. Don Manuel insegna a non alzare la voce, ad ascoltare, a chiedere permesso. Spiega come ci si comporta in un museo. Qualche rudimento di cavalleria, cedere il passo, aprire le porte. Don Manuel è uno che se potesse, toglierebbe le suonerie a tutti i cellulari del mondo.

Verso la fine della lezione qualcuno ne sarà già affascinato, qualcuno sarà pronto a dimenticare, e ci sarà sempre qualcuno che dirà ok, che domanderà se dopo avergli insegnato come si sta a tavola, li aiuterà anche a progettare, perché loro in fin dei conti sono lì per quello, perché non vedono l’ora di imparare a creare:

“Creare, creare… Qui non crea nessuno. L’unico che crea è Dio” dice serio Don Manuel. Si ferma e poi aggiunge “e ultimamente sembra in vacanza.”

carcajal

Don Manuel distribuisce le dispense con le case di Adolf Loos e spiega ai ragazzi che lì dentro c’è già tutto. Devono solo ridisegnarle. Le case di Loos sui fogli di Don Manuel non hanno riferimento metrico. Che i ragazzi imparino a copiare. Che imparino a misurare. Che da copiare sappiano smontare. Che smontando una casa, sappiano riconoscere una finestra, una scala, un piano orizzontale. Che si domandino quanto misura un gradino, per poterlo ridisegnare. Che imparino a conoscere i pezzi sparsi. E che dopo imparino a rimontare.

I visi degli alunni di Don Manuel, alla luce del proiettore che passa sulla lavagna le architetture di Carlo Scarpa, sembrano buttare fumo, come auto con il freno a mano tirato. C’è chi non capisce perché invece di mostrargli immagini dei musei di tutto il mondo, Don Manuel non li lasci lanciarsi nel bianco di un foglio da progettare.

Don Manuel parla del viaggio di Goethe a Roma, e non si scompone quando la biondina in prima fila, una che prende posto tra i banchi come se da un momento all’altro dovesse balzare in piedi e fare il provino per un talent show, gli chiede “Cos’è che fece flippare Goethe in Italia?”
Don Manuel, che nella vita ha saputo resistere al maestrale di grosse tormente, non si lascia certo piegare dalla corrente d’aria di due ciglia che sbattono in fretta. Rinascere, dice lui. Goethe non flippò, non allucinò, semplicemente rinacque, le dice, scandendo piano le sillabe. E la guarda, augurandole con il sorriso che anche a lei possa toccare una fortuna simile.“Rinascere?” chiede lei vagamente offesa, con le labbra arricciate come nella pubblicità di un rossetto.“Andare a Roma” dice Don Manuel. Non bisogna chiedere troppo, in fondo.

Don Manuel ha gli occhiali tondi e la pettinatura di chi non ha molto da scegliere su come portare i capelli. Rada la barba, le labbra sottili. Gli occhi vispi, ingigantiti dalla presbiopia, di uno che osserva le cose per la prima volta, ancora lascia un margine ai giorni perché succeda qualcosa di meraviglioso. Don Manuel guida una Jaguar, e fa shoppping al Corte Ingles, e pure se ha sempre votato a sinistra, non gli sembra un crimine guidare un’automobile silenziosa, né trovare le grandi firme della moda italiana raccolte in un edificio che per la città è solo una scatola senza finestre. La sua passione per il giaguaro sul cofano, per le vetrine del centro commerciale è solo la declinazione di un amore inesauribile per quello che luccica.

Don Manuel è probabilmente il miglior architetto di Valencia. La tradizione plastico muraria dell’architettura mediterranea sposa nella sue opere la tecnologia elastico lignea delle strutture intelaiate. Fuori dai manuali, Don Manuel semplicemente sa cosa è un muro, sa cosa è un uomo dentro una stanza, sa cosa è un uomo in una piazza.
E’ uno che sa far suonare l’architettura. Seduto al suo tecnigrafo, i gomiti appoggiati sui fogli di carta burro, disegna varie prove per la facciata di un palazzo. Alla forma di ogni finestra associa un suono, affina la voce e inizia a cantare il suo palazzo. L’architettura diventa melodia e quando la facciata stecca, Don Manuel prende la gomma e cancella la finestra. Va avanti finché ne trova una che suoni bene, finché una casa diventa un ritornello. Allora solleva la matita e il righello dal foglio, riporta qualche centimetro in su gli occhiali che gli sono arrivati sulla punta del naso e ricomincia a solfeggiare.

Nel suo studio le regole sono poche. Semplicità nell’archiviare i file, nel tenere in ordine i libri. Puntualità, prima di tutto. Ad arrivare, ad andar via, a fermarsi per la merenda. Un panino e un birrino alle undici sono diritti sanciti dalla costituzione. E se non lo sono, è solo perché la cosa è talmente scontata, che non c’è bisogno di metterla per iscritto. I sottobicchieri. Per favore i sottobicchieri!, l’alone di calcare sui piani di lavoro è qualcosa che gli mette i brividi. Come i bicchieri di plastica. Nel mobile del cucinino i bicchieri sono bassi e larghissimi, di vetro sottile. Due sono le spugnette, una per le stoviglie, una per i posacenere. I vestiti. Non batterà ciglio per una camicia fuori dai pantaloni, ma il giorno in cui il tono della maglietta sarà adeguato alla sfumatura dei jeans, vedrai il suo sguardo rasserenarsi.

A metter musica si fa a turno. Don Manuel non ama la musica troppo dura, nemmeno i ritmi del reggae e dello ska, che pure qualcuno si azzarda a far suonare. Non li ama e lo ripete a ogni pezzo. Finché non toccherà a lui mettere musica e, con l’indice infilato nel buco del cd, lo stereo che aspetta affamato, ti ripeterà di quanto bene fa al lavoro, progettare ascoltando Beethoven o Bach, Mozart al più. In cuor suo, però, quello che spera è che qualcuno dei ragazzi dello studio, si giochi il suo turno per ascoltare ogni giorno la voce celeste di Anthony.

Sotto consegna, in studio si lavora anche il fine settimana. Quando è domenica, Don Manuel arriva in studio con i pantaloni corti. Il suo corpo snello rivela la stessa capacità delle sue architetture di rinunciare al superfluo, come se la linea del profilo fosse riuscita ad asciugare il concetto stesso di corpo.

Dopo le otto, chiunque resti in studio è invitato a una coppa. Nella sua stanza, Don Manuel apre la credenza e ti chiede se bevi del whisky liscio o con acqua. Una birra o del vino. Qualunque cosa tu prenda, lo farai contento. Ma più contento sarà se berrai un Martini assieme a lui. Ti servirà allora una coppa che di Martini porta solo il nome: uno spruzzo di vermouth su due dita spesse di gin, molto ghiaccio. Lui berrà il suo a piccoli sorsi, sgranocchiando anacardi e fumando sigarette. Guardandolo, ti verrà in mente che difficilmente hai visto qualcuno che si sta godendo un piacere piccolo con tanta pienezza.

Alla fine del corso, Don Manuel finalmente lascia gli alunni liberi di progettare una casa. Ritirate le esercitazioni, si chiude nel suo ufficio. Solleva a fatica il pacco degli elaborati dalla sedia. Li sposta sul  tavolo. Si accende una sigaretta, prende una boccata, allontana la cicca dalle labbra e sembra che stia lì ancora ad aspirare, con la bocca che resta aperta. Butta dentro il fumo, scorre i fogli e fa una smorfia. Ci sono momenti in cui quello che vede è davvero troppo brutto. Perché sforzarsi a cercare di dirlo in altro modo? Alcuni elaborati sono brutti. Per non disanimarsi allora Don Manuel si mette a pensare al Padiglione di Mies, con la nostalgia con cui un innamorato, rimasto solo, torna a disegnare con la mente il corpo della sua lei. Pensa a Mies, prende un altro tiro, canticchia un’aria italiana e continua la rassegna, senza perdersi d’animo. Perché lo sa, gli è sempre successo. Ne troverà almeno un paio. Un paio di architetture in cui le cose sono dove devono essere, in cui nulla si può aggiungere e nulla si può togliere.
Don Manuel si toglie gli occhiali. Tolti i vetri, i suoi occhi sono piccoli, bruciano di un fuoco cheto. Non salverà il mondo, ma gli sembra che un paio di persone in più potranno un giorno tirar su edifici da cantare. Sognando una Valencia come un’orchestra di Bach, in cui, perché no, un giorno magari rinascere.


Risposte

  1. …Letto!
    Sono “flippata” da Don Manuel e, direi proprio, anche dalla tua abilità nel tracciarne il ritratto! Abbracci!

  2. non mi ricordavo quanto era bello leggerti!!
    ieri mi sei tornato in mente all’improvviso e sono venuta a vedere se eri ancora qui… spero sia tutto ok!
    un grosso abbraccio :) *
    jag

  3. ciao jag,
    senza volerlo ti sei ricordata di me proprio nel giorno del mio compleanno! tutto bene, le stesse cose di sempre.
    ti ho anche vista su anobii. se solo sapessi come fare, richiederei la tua amicizia ;)
    un abbraccio,
    fatti sentire ogni tanto!

  4. NOOOOoooo!!! davvero?? che coincidenza pazzesca!! :) sono contenta però così approfitto per farti gli auguri!
    ho provato anch’io ad aggiungerti su anobii… io so come si fa ma non ti trovo però! cmq praticamente ora sono solo su facebook… mi sono fatta prendere dalla moda, tu ci sei? ;)
    baci a presto

  5. Davvero bello, mi ha dato molto.
    Ti sei mai chiesto perchè è così interessante e emozionante leggere e scrivere di personalità, seguirne magari gli sviluppi e i mutamenti e immedesimarsi in alcuni aspetti di esse?
    Mi piace molto la tua scrittura, anche riconosco d’aver letto solamente questo brano.

    :)

  6. ciao lolo,
    ti racconto: don manuel è stato il mio prof. di progettazione durante l’erasmus a valencia, ormai dieci anni fa. l’ho ritrovato nei miei soggiorni successivi, lavorando da lui più o meno un anno. i frammenti raccolti sono un attestato di stima verso un uomo capace di grandi cose ma anche di dedicarsi ai piccoli piaceri. una delle poche persone che apprezzo per come affronta l’oggi e il domani. scrivere di lui è sempre stato per me un appuntamento da rimandare piacevolmente, finchè il mese scorso, senza un preciso perchè, ho capito che era arrivato il momento. il racconto gli è ovviamente piaciuto (dico ‘ovviamente’ non per la mia scrittura quanto per il fatto che cmq fosse abbastanza celebrativo per lui) e manolo l’ha orgogliosamente girato a giorgio grassi, suo grande amico nonchè architettissimo di qualità, tra i più famosi d’italia che ha letto e gradito, anche con un pizzico d’invidia. tutto questo per aggiungere altri sviluppi e frammenti alla vicenda, sperando di incuriosirti e che torni presto a trovarmi.
    vedrai che anche la storia della signora s. di un paio di post prima saprà conquistarti,
    un saluto,
    f.

  7. E’ proprio questo tipo di scrittura che mi fa impazzire. La questione è che la bravura sta nel cogliere quei particolari -in questo caso, in una persona-, proprio quelli che rendono qualcosa degno di essere raccontato. Se poi attraverso lo studiato utilizzo delle parole si riesce anche a trasmette spaccati di vita o sensazioni che mettono i brividi, bè, allora, è veramente il massimo. ;)
    Leggerò presto anche la storia della signora s. .


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