Pubblicato da: primperan | 26 ottobre, 2008

Il Maestro e Margherita


In libreria. Tra gli scrittori con la N, cerco l’autore de Il maestro e Margherita. Trovo svariate edizioni di Lolita, ma del romanzo che voglio leggere non c’è traccia. Mi metto in coda al banchetto delle informazioni. Mi piace studiare l’espressione delle ragazze che lavorano in libreria: c’è sempre una rughetta d’ansia sui loro volti, che si profila nell’attimo in cui il cliente sta per aprire bocca, patologia comune tra chi lavora all’attenzione al pubblico. Quando chiedo “Il maestro e Margherita”, la ragazza mi guarda con sollievo e mi accompagna fino al banco delle edizioni tascabili di Einaudi. Ho la sensazione di averle domandato uno dei suoi libri preferiti. Mi fa strada per il negozio come se fossi in visita in casa sua. Ci manca poco che mi prenda per mano. Arrivati! Ecco il libro che cercavo! Lei me lo passa e sorride.
Lo prendo tra le dita e, con grande sorpresa, non posso fare a meno di dire ad alta voce:
“Grazie che Il maestro e Margherita non è tra i libri di Nabokov! L’ha scritto Bulgakov”. La ragazza mi guarda con certo disgusto. Provo a rimediare: “E’ che i nomi degli scrittori russi sono come le facce degli attori cinesi, sono tutti uguali!”. La ragazza non dice niente, ma è evidente il suo modo di accelerare il passo per mettere la maggiore distanza possibile tra sè e il cliente più ignorante del mese.

Dopo Fante e Dostoevskij, è dunque il turno di Bulgakov: il compito dei grandi maestri è quello di sanare le mie ampie falle nel controllo dei classici della letteratura.
Il Maestro e Margherita si apre con una trovata sensazionale e rischiosa. In una Mosca densamente popolata di letterati, appare un giorno Satana. Si fa chiamare Woland e non c’è un preciso motivo che lo richiami nella capitale russa di fine ottocento, se non un desiderio quasi antropologico di conoscere i moscoviti. Al suo cospetto viaggia un seguito bizzarro, appariscente e festoso come una compagnia di fieranti: il nero gattone parlante Behemot, la nuda servitrice Hella, il lungo e trasandato Fagotto e l’efferato Azazello. Woland si materializza su una panchina al fianco di due intellettuali russi che discettano sulle prove kantiane dell’esistenza di dio. Nessuno meglio di lui, che ha assistito personalmente alla condanna di Cristo comandata da Ponzio Pilato e ha fatto colazione con Immanuel Kant, può fare luce sull’argomento: non solo Dio esiste, ma, soprattutto, Satana non è da meno. La conversazione volge rapidamente da discussione teologica a raccapricciante presagio. Messo in fuga dalle inquietanti rivelazioni premonitorie del Diavolo, allora, uno dei due letterati trova una morte violenta e beffarda, azionando la macchina dell’intreccio della vicenda.
Nel primo dei due libri in cui è diviso il testo, Bulgakov tiene il lettore fuori dalla pagina, dettagliando gli avvenimenti senza penetrare i misteri dell’occulto che sottendono le vicende. Chi legge, osserva da fuori e rabbrividisce. Il punto di vista della narrazione, razionale, quasi positivista, non spiega le abilità del diavolo che risultano perfide e sinistre. Se di Grottesco si può parlare, la componente drammatica è di gran lunga prevalente su quella comica. Le forze del Male sbaragliano la scena, mentre quelle del Bene collassano, attraverso le vicende di tutti i personaggi che, intuendo la presenza del Maligno, provano a reagire, ma finiscono con il perdere il boccino. Chiunque opponga resistenza, coinvoglia a bordo di un’ambulanza verso la stessa clinica mentale, una sorta di impluvio del romanzo nel quale scolano irrimediabilmente le comparse sconfitte dal Diavolo.
L’eroe ha da apparire solo dopo che Woland e i suoi seguaci hanno scorazzato lungamente per le pagine e per la città. Si tratta del Maestro del titolo, scrittore sventurato che ha mollato la sua vita per dedicarsi alla composizione di un romanzo su Ponzio Pilato. Raccolto in clausura per dedicarsi a comporre, il Maestro è supportato dalla bella Margherita, sua bellissima amante, che appare sul cammino dell’eroe durante una passeggiata a cui Bulgakov dedica una delle pagine più belle del romanzo. Margherita è la compagna che ogni scrittore vorrebbe affianco. Fedele e silenziosa, capace di amare facendosi da parte, senza chiedere in cambio. Convinta più di lui della bellezza e della necessità della scrittura. Accudito da Margherita, il Maestro terminerà il suo scritto ma dovrà presto fronteggiare l’onta sdegnata dei critici che si oppongono alla pubblicazione dell’opera, finendo con il perdere la ragione. Pilato diventa la sua ossessione, ed insieme quella di chi legge, a cui Bulgakov racconta la storia dell’egemone romano. Qui la scrittura di Bulgakov si dipana con maestria, regalandoci il più bello tra i personaggi del romanzo, quel Ponzio Pilato il cui ruolo la storia solitamente relega a silenziosa comparsa, abbinando al suo nome il catino dove si sciacqua le mani chi non sa o non vuole prendere una decisione. Bulgakov vede oltre. Con un realismo visionario, offre al lettore l’esclusiva vicinanza delle tribolazioni di Pilato, che riconosce nel Gesù di Nazaret non già il Cristo redentore, ma il portatore di un messaggio di pace e di curiosità positiva dal valore tutto laico. Il dilemma di Pilato intesse le pagine: egli non può sottrarsi al ruolo istituzionale di tutela dell’impero dei Cesari, ma non sa darsi pace nel mandare a morte quel Cristo che è anzitutto uomo, che è pensatore, compagno con cui vorrebbe camminare e discettare. Le emicranie di Pilato, il rigoglioso e odiato giardino del palazzo di Erode che lo ospita, la compagnia del grosso e silenzioso cane dell’egemone, tracciano il profilo di un personaggio complesso e umanissimo, di straordinaria bellezza e carisma.
Il secondo dei due libri ritorna sul tema della presenza del Maligno che aleggia per Mosca portando scompiglio. Stavolta però, con un atto di confidenza, Bulgakov apre le sue pagine al lettore, che, nella figura di Margherita, precipita nel testo, accolto nel consesso degli Spiriti che, a ben guardare, non sono così perfidi com’era apparso all’inizio. Il Grottesco diventa burla.
Scope volanti, rane ballerine, gorilla jazzisti, funzionari trasformati in cavalli, cornacchie che guidano automobili, scheletri che si rianimano, unguenti che donano l’invisibilità, docce di sangue, pallottole che non ammazzano: la magia di Satana contagia ogni cosa, cattura il lettore con animo festoso, in un’atmosfera che è un po’ fiaba di Peter Pan, un po’ scenario di Tim Burton. Bulgakov ci regala un volo su Mosca a bordo di una mazza, dandoci una vera lezione di guida per streghe, ci offre la benevola possibilità di vendicarci di chi ci ha trattati male, fracassandogli con metodo i vetri della casa, dopo esserci resi invisibili. Muniti di biglietto per viaggiarci dentro, il carrozzone del Diavolo non fa più paura, e il lettore è conquistato dall’abilità un po’ cialtrona del gatto Behemot, dal cinismo annoiato di Azazello, prototipo antesignano di tutti i killer sentimentali di Sepulveda, o di quelli svagati di Tarantino. Adesso il sovrannaturale fa solo ridere, mentre il Maestro e Margherita diventano i catalizzatori di una fine che trasversalmente a tutte le epoche rimetterà le cose a posto. Le pagine si alternano velocemente, portandoci da Mosca a Gerusalemme, dall’età di Cristo al presente della narrazione, senza lasciare che il lettore riprenda mai fiato, fino all’inevitabile scoperta che il romanzo del Maestro non è solo una questione tra lui e Margherita, ma diventa nodo da sciogliere anche tra Satana e Gesù. La liberazione finale non può che far scattare in piedi, con la foga con cui si applaude un’opera straordinaria, commovente, sensazionale.
In tutto questo, ciò che davvero arricchisce è il piacere assoluto della pagina. C’è, nella scrittura di Bulgakov, la cura dell’artigiano che sagoma la materia sbozzata fino a trarne lucide modanature, c’è la perfezione rotonda di una carezza fatta di parole, la silenziosa mano del sarto che appende spilli alla pagina perchè il testo calzi a pennello sugli occhi del lettore. Le parole di Bulgakov sanno portare davanti agli occhi tutto ciò di cui parlano, fanno respirare il fumo del manoscritto che il Maestro sta bruciando, materializzano la brocca di vino che il governatore rovescia sul pavimento di marmo, danno volume persino all’incorporeo, come la fedeltà silenziosa e tenace con cui Margherita ama il Maestro. C’è infine un dettaglio che fa di ogni pagina un momento straordinario, ed è che la scrittura di Bulgakov sa riempire di cielo le pagine. La descrizione del cielo è sempre presente, vivida e cangiante, sullo sfondo della storia, al punto da immaginarsela defilata, dietro il nero delle parole.
Chiudo il libro, ancora ammaliato.
Sono più ricco.
Se volete arricchirvi anche voi, è tra gli autori con la B che dovete cercare, ben attenti alle insidie di un occhieggiante Baricco. Oppure chiedere al banchetto, a quella ragazza gentile che, dopo avere ascoltato la vostra richiesta, rilasserà il volto per un attimo contratto e vi aprirà il negozio proprio come se fosse casa sua.

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