Pubblicato da: primperan | 30 novembre, 2008

Un tè con Eva

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Mentre affretto il passo per contenere il mio ritardo, Eva Clesis chiama per avvisarmi che le ho dato appuntamento in un bar chiuso. E’ colpa anche della combinazione malefica, non solo mia, se pure il terzo dei tre soli posti che frequento in città è chiuso il lunedì. Lei soprassiede serafica e mi dà appuntamento in un altro bar. In pochi minuti sono lì: sulla porta, appena fuori dal locale, c’è una ragazza dai capelli ricci che parla al telefono. Mi fermo a guardare qualche secondo, per capire se è Eva (prima di oggi l’ho vista solo due volte), ma la ragazza resta tenacemente voltata di spalle. La fisso per bene. E’ una giornata umida, d’accordo, ma non credo che, anche sotto un diluvio, i capelli di Eva possano diventare ricci come fusilli. Mi affaccio allora nel locale: è un bar foderato di rosso, raccolto sotto un grosso lampadario di cristallo. Dietro al bancone il sorriso di un cameriere alto ed elegante mi invita a entrare. Mi accomodo e mi guardo intorno: Eva, però, non c’è. A prima vista il bar è completamente vuoto. A guardar bene, invece, le borse solitarie su un paio di tavolini rivelano la presenza di due donne. “Ho appuntamento con un’amica” dico al cameriere che attende una mia mossa. In risposta, lui volge discreto lo sguardo verso la porticina nell’angolo: io mi dedico allora con pudore a cercare indizi sui due tavoli. Su quello di sinistra, sta in piedi un secchiello di Louis Vuitton chiuso a riccio; su quello di destra una borsa rovesciata che rigurgita la copertina di un libro di Don De Lillo. Penso di non sbagliarmi, se mi dirigo verso destra. In quel momento la porta nell’angolo si apre, ecco Eva: effettivamente non ha i capelli ricci e legge Don De Lillo.

Miss Eva Clesis, già autrice di A cena con Lolita (Pendragon, 2005), presenterà Martedì 2 dicembre, alle 18.30, nella Libreria Laterza, il suo secondo romanzo, Guardrail, edito da Las Vegas. Assieme a lei, ci sarà in libreria Antonio Di Giacomo, di Repubblica Bari.

Guardrail racconta la storia di Alice, adolescente di madre inglese e padre italiano, che ha perso i genitori in un incidente stradale. Rimasta orfana, la ragazzina viene catapultata dai servizi sociali nel paesino di Montemesola, Murgia tarantina, dall’unica parente che accetta di prendersene cura, la vecchia nonna paterna, dispotica ex maestra in pensione.

La vita di Alice fa presto a strozzarsi nella ripetizione di giornate passate a rubacchiare nei negozi, a rifiutarsi di imparare un italiano che non le piace, a girovagare in compagnia dell’amica fighetta un po’ stronza, a bramare le attenzioni di un belloccio che potrebbe compensare tanta pena ma che invece non ricambia.

A quel punto, non resta che la fuga, direzione l’Inghilterra, dove Alice punta la sua bussola, decisa a conoscere i nonni materni. Il piano è studiato nei dettagli, la salvezza è a due ore di volo low cost, c’è solo da arrivare all’aeroporto. Per far questo, Alice avrà però bisogno di un passaggio in autostop. Così inizia Guardrail: due auto accostano davanti ad Alice. I conducenti la invitano a salire. La salvezza è così semplice come scegliere, tra due, l’opzione giusta.

Sono passati tre anni dal tuo primo romanzo. Vale per un libro quello che Caparezza diceva di un album: è il secondo, il romanzo più difficile nella carriera di un’artista?

E infatti i testi delle canzoni di Caparezza sono geniali, ma la cosa grottesca è che vengono spesso fraintesi. Quello che viene pubblicato non è quello che ho scritto in tre anni, dato che non ho la fortuna di pubblicare tutto e sempre. In realtà è stato molto facile pubblicare Guardrail, l’ho scritto l’anno scorso e l’ho spedito a una sola casa editrice, la Las Vegas. Il fatto è che ci si aspetta che il secondo romanzo, quando il primo ha ricevuto una discreta attenzione, sia la sua fotocopia o qualcosa di molto simile, ma è un luogo comune che nel mio caso vorrei evitare e che cercherò di evitare, a costo di perdere anni tra una pubblicazione e l’altra.

Dalla Lolita ammiccante alla Uno bianca che sfreccia tra alberi di ulivo. Dal romanzo di formazione bulimico erotico alla favola on the road: esiste una cifra comune a due spunti così diversi?

Credo proprio di no (tranne che le protagoniste sono entrambe delle ragazze) e aggiungo per fortuna. Ho molte idee in cantiere e amo variare. Il primo romanzo aveva una storia cruda e di denuncia: con il secondo ho cercato, pur parlando di situazioni che attingono dal reale, di puntare a una dimensione narrativa grintosa e favolistica, in pratica quasi l’opposto.

Leggendoti si ha una sensazione molto confortevole, probabilmente dovuta alla fluidità della pagina, di qualcosa fatto con pazienza, senza fretta. Rispetto a tanta produzione seriale di letteratura, si ha la sensazione che tu sia presente sulla pagina. Si può associare la tua scrittura a una specifica forma di artigianato?

Non vado avanti a scrivere finché non sono contenta delle pagine precedenti. Scrivo dall’inizio alla fine senza sbalzi e non riciclo mai dai lavori precedenti. Quindi posso dire che mi armo di una pazienza sacrosanta, e nel lavoro di scrittura non è mai abbastanza. Prima di scrivere avevo l’ambizione di riuscire come illustratrice, per cui al massimo collegherei la scrittura al disegno. Oppure alla cucina, ma forse come forme d’artigianato non ti convincono, vero? Che ne dici di intrecciatore di cestini?

Non temi tuttavia che questa sensazione di comodità possa nuocere alla credibilità della desolazione di alcuni personaggi? Ci sono due possibili esiti. Quando la scrittura illumina Alice, è comunque la chiusura ostinata di lei a prevalere, la sua solitudine profonda, quasi neanche tu possa (o voglia) penetrare il suo vero sentire. Diverso è quando la luce di una prosa così brillante investe i personaggi secondari. La terribile maestra di paese, l’amica stronza, il potenziale nemico: non hai paura che tutti risultino troppo simpatici?

A te sembrano simpatici? A me no. Ci sono due modi di raccontare una cosa tutto sommato triste come la vita di Alice. Puntare sui fatti e indugiare sui toni drammatici della vicenda. Puntare su come la protagonista vive la sua vita, e lasciare al lettore l’impressione di qualcuno che voglia combattere, andare avanti, costruire qualcosa.

Questi sono sentimenti positivi e sono i sentimenti di Alice: i sedici anni hanno una loro leggerezza, ed è quella leggerezza che ho cercato di conservare.

Qual è la distanza ideale tra il vissuto e il narrato? E quanto è lontana l’adolescenza di Eva da quella di Alice?

Siamo agli antipodi per gli esiti. Io ho vissuto un’infanzia grottesca e un’adolescenza infelice, e non amo affatto parlarne. Ma a differenza di Alice ne sono uscita minata e, crescendo, l’empatia e la diplomazia hanno sostituito la naturalezza in troppe cose. Alice invece è uno spirito coraggioso, intraprendente e spontaneo, che ha vissuto esperienze diverse dalle mie ma altrettanto o più dolorose. È una che agisce senza pensarci, e questo è un suo limite ma anche una sua risorsa.

Scrivere è terapia, liberazione, onnipotenza, rivincita, urgenza o che? Come e perché si inizia? Com’è la tua postazione da scrittore? Hai rituali, manie, superstizioni?

Quante domande in una, accidenti. Per me scrivere è senso e liberazione, ma è anche urgenza. Uso un vecchio pc (nonostante come grafico sia una patita del mac) e quando riesco a trovare una colonna sonora, la sento a ripetizione. Tieni presente che a volte si tratta di un album, altre volte di una sola canzone che perciò metto in loop. Sono disturbata di continuo, ma l’ideale sarebbe la solitudine.

La storia che avresti voluto scrivere tu, ma qualcuno c’è arrivato prima.

Troppe, e poi sono una schiappa a ricordarmi i titoli dei libri che leggo. Uno su tutti che ripeterò ad nauseam: “La campana di vetro” di Sylvia Plath.

Che musica consigli per accompagnare la lettura del tuo libro?

Di Guardrail? Bjork. Oppure qualcosa di rock o punk rock. Oppure, aspetta… un gruppo indie rock decente, tipo gli Arcade Fire. “My body is a cage” è un pezzo che consiglierei anche per la lettura del mio primo romanzo.

C’è chi sostiene che un pizzico di insanità, persino di schizofrenia, sia necessario per chi si dedica a inventare storie. Avere uno pseudonimo asseconda questa dissociazione? Eva Clesis è un altro personaggio o semplicemente il tuo vero nome veniva male sul dorsetto di un libro?

Mi vergognavo a usare il mio vero nome, poi lo pseudonimo nonostante le critiche è rimasto. Sono incredibilmente schiva ma ho almeno due o tre personalità da gestire, per cui appoggio in parte il discorso dell’insanità. Eva Clesis è un personaggio tanto quanto il mio vero nome ne rappresenta un altro. La persona è una maschera, ma poi ci sono io, che cerco di equilibrare e tenere sotto controllo il tutto…

Per saperne di più su Eva e su Guardrail, l’appuntamento è alla Libreria Laterza, martedì 2 dicembre alle 18.30.


Responses

  1. Ehy, ma è dal 30 novembre che il blog non viene aggiornato… cosa sta succedendo al Primperan che conosciamo? E’ alle prese con qualche nuova avventura oppure è soltanto stufo di tutto questo social network wordpressiano?

    Prim-pe-ran-Prim-pe-ran-Prim-pe-ran-Prim-pe-ran!!!
    [sto picchettando]


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