Pubblicato da: primperan | 19 settembre, 2009

Come cerchi sull’acqua, racconto di fine estate

All’inizio, starle vicino, persino guardarla, era come cercare di leggere una parola incisa sull’acqua.

Del mare notturno aveva il silenzio, di un cuore tenuto a distanza. Restituiva l’idea che dov’era lei finisse qualcosa, proprio come il mare mette fine alle città. Quello che da lì in poi aveva inizio, però, non era chiaro.

Lo sguardo grande e liquido diluiva le emozioni. Vedere il mondo, sembrava per lei un atto di pazienza indifferente, come fa l’acqua con i sassi piatti: se eri bravo, al massimo rimbalzavi tre volte sul suo sguardo, poi andavi giù, nell’accenno di un disegno fatto di cerchi concentrici che sarebbero presto scomparsi.

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(la foto viene da flickr, invece il racconto continua con un clic. lettura consigliata a un pubblico adulto)

Smise d’essere d’acqua il giorno in cui sollevammo insieme la testa dallo schermo e ci trovammo di fronte. Sentii pungermi dietro la nuca, pizzicarmi da un paio di dita che erano venute ad acciuffarmi, guardando gli occhi grandi di lei che mi vedevano come fosse la prima volta.

Ci spostammo a prendere un caffè in un bar fuori dall’azienda. Parlammo amabilmente di lavoro e letture, diete e vacanze, finché rovesciò il polso sul tavolino di marmo, si sganciò l’orologio e si grattò appena con le unghie dipinte. Dietro il passaggio delle dita, un piccolo segno tatuato fece contrasto sulla pelle bianca. Mi sorprese a spiarla, e non potetti evitare di indicare il disegno, domandandole. Chi come me non ha tatuaggi, pensa sempre che ci sia un significato speciale dietro la voglia di farsene uno. Un motivo per cui un disegno si meriti di essere lì per sempre.

“Un piccolo segno per ricordare un piccolo dolore” mi disse. Poi, come si ricopre un sarcofago, rimise il quadrante dell’orologio sul tatuaggio. Il suo gesto fu talmente ampio da contenere anche un ultimo movimento, con le sue unghie in volo leggero a grattare una scorza invisibile sul dorso della mia mano. I peli del braccio si voltarono a lei come girasoli. Ci guardammo e sorridemmo.

“Ora devo andare” disse. Era di spalle, diretta all’uscita, mentre io tenevo assieme in un solo sguardo i cerchi sulla carta da parati del bar, il tavolino, le tazze e il suo sedere,  in una sapiente composizione di cose tonde.

Al secondo appuntamento, il vento di scirocco ci sorprese sulla panchina di fronte al mare. Lei sbuffò per il caldo e sollevò i gomiti a stringere i capelli in una coda. Vestiva una maglietta che avresti potuto dire al contrario, allineata alle clavicole e ampia sulla schiena. Avvitando i capelli nelle spire di un elastico, la sua schiena scoperta si contrasse, lasciando apparire sulla pelle geometrie di tendini, esatte come la spiegazione di un teorema.

All’intersezione tra la linea delle scapole e la spina dorsale, con l’evidenza di un risultato atteso, brillava un altro tatuaggio. Di nuovo, mi sorprese a guardare, di nuovo volle spiegarmi: “Cicatrice d’amore”. Mordicchiò un dito e si mise di spalle, insegnandomi il suo dolore. Mentre lei raccontava dell’uomo che l’aveva portata a farlo, io ascoltavo, studiando il disegno come si guarda una mappa dietro cui si celi la direzione da prendere.

Dappertutto.

I suoi amori sbagliati erano dappertutto, scoprii presto. Per un appuntamento serale la vidi scendere dall’auto poggiando sull’asfalto il piede sinistro da cui si arrampicava su per la caviglia un altro tatuaggio. “Quella sì che fu una sbandata” mi spiegò quando finì di ballare, seduta al divanetto, dondolando la caviglia senza posa.

Un altro giorno, sotto l’ombra di una pergola sul mare, sorseggiando una bevanda dolce e alcolica, finalmente le domandai perché. Perché obbligarsi a ricordare piuttosto che dimenticare. “Perché ogni storia sbagliata mi sfigura un po’. Ogni stronzo che mi ha ferita sta scritto sul mio corpo” mi rispose.

Io la guardai: già abbronzata, il sorriso scintillante, i gomiti appoggiati sui braccioli di un trono di vimini, fiera come Cleopatra, eccitante da far male alla testa. Come uno strato sovrapposto che si accendesse in quel momento, i suoi tatuaggi d’improvviso mi parvero brillare. Erano decine.

“Nel mondo ce n’è di stronzi!” dissi annuendo piano. Ma mentivo, io non ne conoscevo così tanti.

Li aveva in ogni nuovo punto del corpo che il mio sguardo riuscisse a conquistare, man mano che la nostra confidenza crescente ci portava a condividere sempre più pelle da guardare. Persino uno sul palmo del piede. Mi domandai cosa potesse averle fatto un uomo per meritarsi il suo piede. In base a cosa scegliesse di dedicare a uno la caviglia e all’altro la schiena. Qual era l’unità di misura del dolore che poteva sopportare, prima di farlo diventare ago sulla pelle.

E inevitabilmente iniziai a pensare a me. Era già un po’ che uscivamo assieme. Non era difficile capire verso dove stavamo andando. Studiavo il suo corpo: scansavo i disegni dei suoi amori passati come si evita un posto affollato quando si vuole un po’ di pace. Il giorno del primo bacio, in cerca di un angolo della sua pelle splendida che potesse custodire la mia orma, le scostai i capelli dietro l’orecchio e mi avvicinai piano. Piccolo e indelebile, dietro il suo lobo sinistro, il segno di un amore sfiorito era già lì.

Riprovai allora una sensazione indecifrabile simile a quella che avevo sentito all’inizio, opposta eppure identica. Nei suoi occhi non riuscivo a leggere una parola. Sul suo corpo, invece, tutto era già scritto.

Successe al ritorno da una festa. Quando mi chiese di fermarmi da lei. Si svestì dell’abitino, scese dai tacchi e si abbandonò sul letto con le braccia aperte. Gli occhi d’acqua stretti a tagliar fuori dal mondo tutto ciò che mi circondava. Nel suo sguardo, spazio solo per me.

Eppure.

Davanti al corpo abbronzato che si separava dal bianco delle lenzuola, l’unica cosa per cui avevo occhi era la sua biancheria nera. Tutto quello che mi importava davvero in quel momento era sapere chi fosse arrivato fin lì. A chi avesse regalato il dolore più nascosto. Ero talmente avvinto dal mistero, da dimenticarmi dove fossimo, e quello che avrei dovuto fare. Mi richiamò lei, piegando un braccio dietro la schiena per slacciare il gancio del reggiseno, mentre con l’altra mano muoveva l’indice per portarmi a sé. Con un gesto solo, il reggiseno sparì come un sipario. Lentamente mi avvicinai a guardare.

Niente. Nessun segno. Guardai bene, ma non trovai nulla. Le accarezzai la pelle lattea e mi strinsi a lei, baciandole i seni ancora immacolati dalle cicatrici d’amore. Piegò le gambe e si scostò di lato, senza smettere di baciarmi. Le nostre mani intrecciate si impigliarono sulla cordicella dei suoi slip. Le mutandine vennero giù lungo le cosce. Di nuovo esitai prima di guardare, perché lì vicino avrei trovato segni di battaglia, muri crollati, rovine antiche, armature di soldati caduti. Non vidi nulla. Nel gradiente dorato dell’abbronzatura  che sbiadiva verso il pube, trovai solo lei. La sua pelle come terra inesplorata. Mi piegai a baciare il territorio che avevo appena scoperto, con l’emozione avida del primo uomo sulla luna. Lei chiuse gli occhi, con le dita mi venne a cercare il volto, gli occhi, ricamando carezze con le unghie sulle mie palpebre.

Finalmente mi tirò a sé e mi lasciai scivolare.

Mi parve allora di capire. I segni sul suo corpo arrivavano a me come codici.

Dentro di lei, finalmente riuscii a decifrare quei segni: tutto quello che riuscivo a leggere era un messaggio di distanza. Mi resi conto che quello che cercavo sul suo corpo, dal momento in cui avevo letto la prima parola dietro l’orologio, fino a ora che lo tenevo stretto al mio, era soltanto un posto per me, un pezzo della sua anima sul quale scrivere il mio nome.

Sgranai gli occhi e provai a fermarmi, ma troppo vicini al precipizio eravamo finiti per non lasciarci cadere giù. Lei si scostò e si mise di spalle. “Voglio arrivarci così. Voglio che mi prenda così!” mi disse, flessa in avanti come filo d’erba. Tenni gli occhi chiusi, ammortizzando il suo ritmo. E con le dita le accarezzai la pelle, tastando come un cieco i suoi disastri d’amore in bassorilievo. Risalii piano la sua schiena, rileggendo ogni parola. Sul dosso del coccige le mie dita si sparpagliarono piano, come il delta di un fiume che prenda la via del mare. Finalmente guardai in basso e pensai di aver trovato.

Quello che desideravo in quel momento era farle talmente male da meritarmi una corona messa lì. Il tuo culo bianco è il mio santuario.

Finisco di raccontare. L’uomo sullo sgabello di fronte a me mi guarda fisso negli occhi. E’ immobile. Lo è rimasto per tutto il tempo in cui ho parlato. Non tradisce nessuna emozione, distante e severo come un soldato di terracotta. Se non gli vedessi le gocce di sudore sulla fronte, non saprei distinguerlo da una statua.

“E poi?” mi dice, muovendo appena le labbra, il braccio destro congelato a mezz’aria.

“E poi cosa?” domando io, seguendo con lo sguardo la goccia di sudore che gli scorre fino al sopracciglio per poi lanciarsi giù in caduta.

“Bella storia” dice lui “Ma come è finita?”

“Nessun segno” gli dico scuotendo il capo “Nessun dolore. Non sono stato stronzo abbastanza.”

L’uomo prende a dondolare il capo in avanti, con l’aria di chi ne ha sentite tante. Lentamente il movimento del capo si trasmette a tutto il corpo che inizia a ondeggiare appena, quasi siano le storie come la mia ad alimentare il dondolio del suo grande corpo.

“Nessun dolore, solo il mio, quando ogni tanto la sera torno dove la città finisce. Guardo il mare e non riesco a vedere il fondo.”

L’uomo davanti a me finalmente muove il braccio, si asciuga la fronte con il dorso della mano.

“Bella storia, davvero.” dice senza mutare l’espressione del volto “Iniziamo?” mi domanda.

Io gli faccio cenno con il capo e solo allora lui abbassa il suo ago verso il mio braccio.

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Responses

  1. brav!


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