Pubblicato da: primperan | 3 agosto, 2009

Intervallo – Joan Miquel Oliver

Ormai prossimi al primo compleanno del blog, festeggiamo con questo intervallo: Joan Miquel Oliver, cantante maiorchino, e la sua Final Feliç, un Happy End come quello di qualche post più giù.
Un anno di racconti, un po’ di silenzio a volte, necessario a ritrovar voce, quasi mille visite al mese, estreme unzioni e colpi di coda, complimenti e critiche, un denigratore ufficiale, contributi esterni, nel blog scorrerà a giorni nuova linfa, in coincidenza con l’uscita del prossimo libro, a cui dedicherò presto molto spazio.
The best is yet to come, come dicono le magliette (e quindi, nel frattempo, Baci & Abbracci a tutti!)…

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Pubblicato da: primperan | 24 luglio, 2009

Primperan su Bari Economica

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Bari Economica, la rivista trimestrale della Camera di Commercio di Bari, diretta da Chicca Maralfa, dedica uno spazio fisso alla narrativa con storie ambientate nei nostri contesti economici, produttivi e territoriali. Si tratta di una vetrina interessante per gli scrittori pugliesi: da qui sono passati, tra gli altri, Mario Desiati, Livio Romano e Giancarlo Liviano D’Arcangelo. Indovinate un po’ chi è l’ospite del numero 3  del 2009… un Primperan innamorato deluso, alle prese con l’inventario dell’Impero del Bullone.

qui il racconto per intero

Pubblicato da: primperan | 21 luglio, 2009

Un gato para mis amigos

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Para los que siempre me han dicho: “Como me gustarìa leer tus cuentos en castellano!”

Para los que han leido algun intento de relato en espanyol que fue pecado juvenil del autor.

Para los que han intentado aprender italiano a travès de mis escritos, consiguiendo como unico efecto concreto una sensaciòn de mareo, que ni siquiera una cuchara de Primperan de verdad pudo curar.

Para todos mis amigos con quien no he podido compartir nunca la fluidez de las palabras, tal y como me hubiera gustado…

pues para todos vosotros, unicamente gracias a la labor de Toni Ballester, aquì teneis un cuento de Francesco Marocco, escrito en un castellano con las “ñ”s donde toca y los acentos en la direcciòn correcta.

Ahora por fin podrèis comprobar si ese chaval que va de escritor, tiene talento, o solo se trataba de la tìpica y famosìsima chulerìa italiana.

El cuento se llama “Un gato”, y estoy seguro de que si muchos de vosotros apreciaràn, a Toni no le importarà traducir màs!

Espero vuestros comentarios…

Para abrir el cuento pincha aquì

Pubblicato da: primperan | 6 giugno, 2009

Ore 9.00 – Lezione di Urbanità

Entrando nell’aula per la prima lezione dell’Anno Accademico, Don Manuel avvisa le neomatricole della Scuola Superiore di Architettura di Valencia che la prima cosa di cui parlerà nel suo corso di Composizione sarà l’Urbanità. I più stringono gli occhi, qualcuno storce il naso. Altri confondono l’urbanità con l’urbanistica e non ci trovano nulla di strano. Invece, la prima cosa che Don Manuel insegna ai suoi alunni non è come progettare una città, ma come si chiede per favore, in più di una lingua. Don Manuel insegna a non alzare la voce, ad ascoltare, a chiedere permesso. Spiega come ci si comporta in un museo. Qualche rudimento di cavalleria, cedere il passo, aprire le porte. Don Manuel è uno che se potesse, toglierebbe le suonerie a tutti i cellulari del mondo.

Verso la fine della lezione qualcuno ne sarà già affascinato, qualcuno sarà pronto a dimenticare, e ci sarà sempre qualcuno che dirà ok, che domanderà se dopo avergli insegnato come si sta a tavola, li aiuterà anche a progettare, perché loro in fin dei conti sono lì per quello, perché non vedono l’ora di imparare a creare:

“Creare, creare… Qui non crea nessuno. L’unico che crea è Dio” dice serio Don Manuel. Si ferma e poi aggiunge “e ultimamente sembra in vacanza.”

carcajal Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 2 giugno, 2009

Alessandra ha il suo perchè

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Abituato per anni a mollare le ragazze senza perdere tempo in spiegazioni inutili,  il Geometra Gerardo aveva sempre sospettato che prima o poi la vita gli avrebbe presentato il conto. Così, quando una sera Michela, la sua compagna da cinque anni, gli disse che le cose tra di loro non andavano più, il primo pensiero del Geometra Gerardo fu che finalmente quel giorno era arrivato. Sentì il pavimento mancargli sotto i piedi. Abbassò lo sguardo e nella voragine che gli si apriva davanti, gli parve di intravedere profondità talmente ampie da poter accogliere tutte le notizie che non avrebbe mai voluto sentirsi dire: Michela s’era innamorata del suo capo. Michela era stata a letto con il suo capo. Michela aveva da tempo una relazione con il suo capo. Michela aveva deciso di provare a fare sul serio con il suo capo. Michela andava a vivere con il suo capo.
Il Geometra Gerardo serrò i denti, stringendosi nelle spalle, in attesa che, nell’abisso delle pessime notizie che Michela sciorinava inflessibile, si vedesse infine il fondo. Quando, dal dolore alle ossa che sentiva, capì di aver toccato terra, il Geometra Gerardo provò a chiedere una spiegazione. Michela, però, non era già più davanti a lui.
Quello che sconcerta nelle sofferenze d’amore è una evidenza del presente che invece l’amore ricambiato non riesce mai a mettere a fuoco. Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 13 maggio, 2009

Uno scrittore Fantasma alle cinque in punto

Tanto difficile è capire le persone, farsi capire, a volte. Tanto immediata è invece la capacità dell’Arte di rivelare significati universali.
E allora, eccola qui, la mia anima.
Davvero, questo sono io, per chi volesse capirlo. Le parole di Philip Roth e del suo Scrittore Fantasma. E insieme questo sono io, le note di Franco Battiato e della sua It’s five ‘o clock.
Allora se volete passare due minuti con me, nel mondo che vorrei come dice qualcuno, dovete solo mettere le cuffie, far partire il play, ascoltare la canzone, mentre leggete questa mezza paginetta.

“Io prendo le frasi e le giro. Questa è la mia vita. Scrivo una frase e la giro. Poi la guardo e la giro di nuovo. Poi vado a pranzo. Poi torno qui e scrivo un’altra frase. Poi prendo il tè e giro la frase nuova. Poi rileggo le due frasi e le giro tutt’e due. Poi mi sdraio sul sofà e rifletto. Poi mi alzo e le cancello e ricomincio da capo. E se interrompo questo tran tran anche solo per un giorno vengo preso da una noia forsennata e mi sembra di avere perso tempo. La domenica faccio colazione tardi e leggo i giornali con Hope. Poi andiamo a fare una passeggiata in collina, e io sono ossessionato dall’idea di perdere tutto quel tempo prezioso. Mi sveglio, la domenica mattina, e divento matto, o quasi, alla prospettiva di tutte quelle ore inutilizzabili. Sono irrequieto, sono di cattivo umore, ma anche lei è un essere umano, capisce?, perciò vado. A scanso di guai, mi fa lasciare a casa l’0rologio. Il risultato è che invece di guardare l’orologio mi guardo il polso. Si passeggia, lei parla, poi io mi guardo il polso: e questo, di solito, è il colpo di grazia, se non è bastato il mio cattivo umore. Lei getta la spugna, e si torna a casa. E a casa cosa c’è per distinguere la domenica dal giovedì? Torno a sedermi davanti alla mia piccola Olivetti e ricomincio a cercare le frasi e a girarle. E mi domando: Perchè per riempire le ore per me non c’è altro modo che questo?”

(Philip Roth, Lo Scrittore Fantasma)

Pubblicato da: primperan | 9 maggio, 2009

Tutto il male che c’ha fatto la Pimpa

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Ho sentito dire in Spagna che “somos lo que eramos en el patio del colegio”, siamo ciò che eravamo nel cortile della scuola. Oggi ho avuto una rivelazione che, affondando indietro nel tempo, potrebbe spiegarmi perchè mi sento in questo modo.
E’ andata così. Stamattina ho trovato in macchina un corallino di plastica stretto e lungo. L’ho preso tra le dita per analizzarlo meglio. Senza lasciarmi il tempo di riflettere su come quella roba fosse arrivata sul mio sedile passeggero, investito dalla luce del sole, il pezzo di plastica ha brillato e mi ha proiettato nel cortile della scuola.
Mi sono visto bimbo, raccolto vicino a un muretto assieme ad altri grembiuli, ad armeggiare con centinaia di corallini simili a quello. Ne esistevano di tutti i colori. Si conservavano in scatole di plastica trasparente alte un centimetro, e servivano, per chi avesse avuto tenacia e il coraggio di affrontare un forno bollente, a farne medaglioni e spillette. I coralli andavano inseriti in apposite formine intarsiate, che ti permettevano di progettare monili variandone le combinazioni cromatiche. Finita la composizione a freddo, la forma andava infornata. A duecento gradi i singoli cilindretti si squagliavano e colavano assieme, cristallizzandosi, una volta raffreddati, nel disegno di un gioiello.
Pur non essendo esattamente un passatempo da maschi, trovavo piacevole giocare con questi pulviscolari oggetti luminosi. Ricordo la gratificante sensazione di lasciari scorrere tra le dita, l’effervescenza luminosa che ti dava voglia di mangiarli. Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 22 febbraio, 2009

Happy end (Per una volta. Per una storia.)

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Vivo al sesto piano, nella casa che era stata del nonno. La Signora S. abita al piano di sotto. Non so dare bene l’età alle persone, direi che abbia più di 70 anni. Invece so con certezza che è vedova, lo era sin da quando ero bambino e venivo qui a trovare il nonno. La Signora S. ci sente poco, oppure ama mettere le cose in chiaro. Fatto sta che parla lentamente e a voce alta. Quando mi rivolge la parola, le cinque sillabe di “Si-gnor Fran-ce-sco” durano tra le sue labbra qualche secondo in più del normale. Al pianerottolo del quinto, il mio nome squilla come una raccolta alle armi.
Suonare a casa sua vuol dire rompere un silenzio assoluto, irreale, con il buzz del campanello. Generalmente c’è bisogno di suonare due volte. Dopo qualche secondo, preceduta dai giri interminabili di un chiavistello, appare lei, la Signora S.
Parlare dei suoi capelli con termini da parrucchiere sarebbe ingeneroso. Quella non è un’acconciatura qualsiasi, ma una vera e propria architettura di bigodini. Puntelli, contrafforti, sbalzi, sesti acuti, pinnacoli, volute ioniche, foglie d’acanto, stralli e tensostrutture: un’architettura trasversale a tutte le epoche, apparecchiata con il solo apporto dei bigodini. Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 3 febbraio, 2009

Storia di due zebre – Historia de dos cebras

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Me detengo. Las gotas caen sutiles. Con los ojos abiertos, dejo que se me apoyen en las lentillas. La lluvia encima de mi miopía destiñe la ciudad en una mancha de pasteles y psicodelia. Dura un momento: el parpado viene abajo y vuelve a poner cada cosa en su sitio, seca el cristal, redibuja la ciudad, mientras un voladizo gotea sobre mi chaqueta de algodòn duro, recordando a un batería en busqueda de nuevos acordes.
Vuelvo a andar.
Nacho Vegas, que el contador de canciones de mi ipod declara ser mi cantante favorito, me pregunta en los cascos “para qué hablar de lo que pudo haber sido y de lo que jamás será”.
La plaza del ayuntamiento brilla, como envuelta en una película. Tiene forma triangular, según los mapas. A la escala del peaton, en cambio desvela su geometría fractal,  el multiplicarse de sus afluentes y de los atraviesamentos. La enmarcan aceras de marmol estriado de venas anarajandas, mientras  las balizas de acero multiplican los recorridos, dirigiendo los flujos de la gente.
Hay un punto donde los pasos peatonales de dos calles cercanas convergen en un curioso apòstrofo,  dibujando la forma de dos cebras que se saltan encima. Dos direcciones. Como si cruzar no fuera solo pasar de un lado a otro, sino elegir hacia donde ir.
Luz roja. Contra las farolas el cielo parece devolver todas las lagrimas que nunca caerán. La lluvia no hace ruido, me doy cuenta,  mientras la gente se espesa en la espera del verde, y yo no puedo dejar de pensar que cada cosa me recuerda a otra.

Traduzione in italiano… Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 25 gennaio, 2009

Il paese delle spose infelici

Richiuso dalla carezza delle dita sulla quarta di copertina, Il paese delle spose infelici, di Mario Desiati, si rifiuta di farsi dorsetto a cui concedere rapidamente due centimetri di libreria.

Una lettura piacevole da archiviare in modo tutto sommato indolore: se è quello che cercate da un libro, non leggete Desiati. Questo è  un romanzo che ti resta addosso, con la persistenza che hanno solo certi odori. Fissando lo spessore delle pagine del libro richiuso, l’impressione che ho è che quello spazio non sia sufficiente. Le parole chiedono di più. Straripano al punto che solo davanti al bianco di una nota da scrivere mi sembra di poterle rimettere a posto.

E’ un libro infelice, avvisa il titolo, nel quale la voce narrante del giovane martinese Veleno,  rivendicando il proprio “diritto alla nostalgia”, ripercorre con urgenza le sue vicende personali, dagli anni dell’infanzia, dalle prime inadeguatezze, fino alla trentina, al consolidamento dell’estraneità.

Veleno racconta con foga. La scrittura sembra toccata a lui come un dovere a cui non può sottrarsi: scrive chi ha memoria, pazienza, onestà. Ma è un obbligo che forse potrà essere l’unica via per l’assoluzione, perchè “chi scrive prova a mettere in ordine e quindi a cancellare”.

La grandezza del libro, spesso della letteratura, sta nel trasformare il racconto di uno nell’immagine cristallizzata di qualcosa  altrimenti impossibile da mettere a fuoco. Il grande luogo che Desiati semplifica nel paese delle spose infelici si chiama Sud.

copj13asp1 Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 12 gennaio, 2009

Scrivere su una tastiera con la ñ

La luna galleggia in alto. Grande, bianca e piena, si stacca dall’azzurro del cielo di gennaio. L’autobus procede piano per Blasco Ibañez, dove tanti anni fa tutto prese inizio.
Le conversazioni dei ragazzi che intercetto mi restituiscono parole perse che ritornano alla memoria, con la sensazione bella di quando le cose riprendono il loro posto.
Dietro la cortina di edifici a quindici piani, la luce del sole che si sta alzando riempie il cristallo anteriore del bus di fulgore arancione. Il vetro si allaga del giorno che arriva. Quella luce è appagante come una promessa che sta per mantenersi.  
Mentre il sole sale piano, dall’altro lato la luna alla stessa velocità scende.
Fanno l’altalena e io sono felice.

Pubblicato da: primperan | 30 novembre, 2008

Un tè con Eva

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Mentre affretto il passo per contenere il mio ritardo, Eva Clesis chiama per avvisarmi che le ho dato appuntamento in un bar chiuso. E’ colpa anche della combinazione malefica, non solo mia, se pure il terzo dei tre soli posti che frequento in città è chiuso il lunedì. Lei soprassiede serafica e mi dà appuntamento in un altro bar. In pochi minuti sono lì: sulla porta, appena fuori dal locale, c’è una ragazza dai capelli ricci che parla al telefono. Mi fermo a guardare qualche secondo, per capire se è Eva (prima di oggi l’ho vista solo due volte), ma la ragazza resta tenacemente voltata di spalle. La fisso per bene. E’ una giornata umida, d’accordo, ma non credo che, anche sotto un diluvio, i capelli di Eva possano diventare ricci come fusilli. Mi affaccio allora nel locale: è un bar foderato di rosso, raccolto sotto un grosso lampadario di cristallo. Dietro al bancone il sorriso di un cameriere alto ed elegante mi invita a entrare. Mi accomodo e mi guardo intorno: Eva, però, non c’è. A prima vista il bar è completamente vuoto. A guardar bene, invece, le borse solitarie su un paio di tavolini rivelano la presenza di due donne. “Ho appuntamento con un’amica” dico al cameriere che attende una mia mossa. In risposta, lui volge discreto lo sguardo verso la porticina nell’angolo: io mi dedico allora con pudore a cercare indizi sui due tavoli. Su quello di sinistra, sta in piedi un secchiello di Louis Vuitton chiuso a riccio; su quello di destra una borsa rovesciata che rigurgita la copertina di un libro di Don De Lillo. Penso di non sbagliarmi, se mi dirigo verso destra. In quel momento la porta nell’angolo si apre, ecco Eva: effettivamente non ha i capelli ricci e legge Don De Lillo. Continua a leggere…

Pubblicato da: primperan | 25 novembre, 2008

Non si può sempre perdere

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Finalmente, in dirittura d’arrivo di quest’annus horribilis, la sinistra rialza la testa e trova il primo consenso dell’Italia che vota: Luxuria sbanca il televoto dell’Isola dei Famosi.
L’immagine in testa è per domandarsi, cosa viene dopo, quando ormai si è alla frutta.

Pubblicato da: primperan | 18 novembre, 2008

Baggio in lavatrice, un racconto di Salvo Messina

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Non è stato un giorno molto triste, il giorno che decisi di smettere di scrivere e di buttare i miei racconti giù per il cesso. No, obbiettivamente non è stato un giorno triste, forse brutale. Brutale come: “O ti trovi un lavoro o sparisci, sanguisuga! E’ venticinque anni che mangi a scrocco!”.
Con l’aiuto di mio zio, ex maresciallo dei vigili del fuoco, sono riuscito a trovare un lavoro presso la “Freddallegro”, una compagnia per la vendita a domicilio di prodotti surgelati. Il mio compito è quello di citofonare nelle case domandando se serve qualcosa; nel caso non conoscessero l’azienda devo lasciare il nostro depliant, ricordando che il nostro numero verde è attivo dodici ore al giorno e da maggio sarà attiva la nostra casella e-mail. Mi hanno dato una camicia azzurra e una giacca bianca; sul taschino è stampata una foca che sorride e strizza l’occhio. La stessa immagine è riportata sulle fiancate del camion frigorifero.
Il mio collega ha il compito di guidare. Da quando i suoi maledetti colpi di sonno ci stanno facendo raggruppare un bel gruzzolo di note di demerito, è diventato fondamentale girare tutto il giorno con la radio a tutto volume, sintonizzata su una stazione che passa musica rock. Lui ha un secondo lavoro di notte, ma non so bene cosa faccia; è un albanese di ventotto anni che si chiama Mirko. Sogna di aprire una fabbrica di detersivi la BAGGIOLINDO (“In onore del più grande giocatore di calcio mai esistito”, dice) e di mandare il suo spot tra il primo e il secondo tempo del film delle venti e quaranta; ha già pronto lo slogan “Baggiolindo: il fuoriclasse dei detersivi”. Un giorno di questi Mirko dice che mi porterà a vedere l’area dove dovrà sorgere la sua fabbrica, oggi intanto mi ha fatto vedere i disegni delle bottiglie e il logo che intende appiccicarci sopra (Roberto Baggio che esce dalla lavatrice).
“Ti piace?”, mi chiede.
Io annuisco.
Allora lui soddisfatto fa: “Sono un imprenditore, non un emigrato lavavetri del cazzo, io!”

(tratto da Il limite della pazienza, di Salvo Messina)

Pubblicato da: primperan | 15 novembre, 2008

Il Tropico del Gianni

“…Casa Biglia era nota come il Tropico. Non perché si facessero incontri esotici, ma per via della parete in comune con il forno di una pizzeria che scaldava l’aria fino a temperature proibitive. Essendo il Biglia, nomen omen, piuttosto pelato, una sera qualcuno tracciò una linea con un pennarello al centro della stanza, spacciandola per un parallelo e battezzando il luogo come il Tropico del Calvo.
Anomalia geografica, funzionava a meraviglia nel richiamare lì durante la settimana chiunque non avesse la pretesa di grandi assemblee, e si accontentasse di un paio d’ore di pausa tra le copie di un giorno sempre uguale…”


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L’amicogianni ci offre questa suggestiva panoramica del suo Tropico, dove ha condotto vita da fuori sede nei primi anni da studente. Un plastico alla parete (Progettazione 3?) svela la facoltà di appartenenza del Giovanni. Il mistero resta quella bandiera del Camerun…

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